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Dopo la didattica e la ricerca, ecco la nuova ‘terza missione’ dell’Università

Fu Wilhelm von Humboldt a fondare all’inizio dell’ 800 la moderna Università intesa come luogo di unione della didattica e della ricerca. L’Università era chiamata a garantire alla società il progresso della conoscenza e la sua trasmissione. Un architrave della struttura dell’università era (ed è ancora oggi come garantito dalla costituzione) la libertà dell’insegnamento e della ricerca. 

Il tempo però scorre. E mutano le esigenze sociali ed economiche. Così al giorno d’oggi accanto al binomio didattica-ricerca sulle università grava anche il peso della cosiddetta ‘terza missione’. Vale a dire, in parole povere, che gli atenei devono prestare grande attenzione a quelle competenze scientifiche e tecnologiche di alto livello che servono allo sviluppo del mondo produttivo.

Nelle Università operano migliaia di ricercatori che lavorano in tutti i campi del sapere. E che costituiscono un grande investimento del sistema paese. Quindi nelle università si concentra una straordinaria mole di competenze che va messa in rete con il sistema produttivo del territorio. Del Paese. Ciò anche, se non innanzitutto, nell’interesse della formazione delle centinaia di migliaia di studenti distribuiti nei vari livelli di formazione. E se il paese investe in una struttura, è un dovere di quella struttura rispondere alle esigenze che esso manifesta e perseguire le finalità che esso ritiene strategiche per la sua crescita. 

In questo senso la terza missione è oggi diventata un pilastro della moderna università.

Ovviamente, come sempre accade nei momenti di grandi trasformazioni, negli interstizi dei cambiamenti si nascondono rischi. Spesso connessi a forme di radicalizzazione presenti nella lettura delle scelte necessarie per rispondere alle mutate esigenze. E nell’utilizzazione di nuovi strumenti tecnologici. 

Voglio dirlo con chiarezza. Avendo precisato che le università debbano prestare massima cura ed impegno nel rapporto con le esigenze del tessuto produttivo territoriale devo osservare che occorre assolutamente evitare la deriva pericolosa che può nascere da una lettura distorta di tale funzione. Lungo la quale si assumano come marginali quegli studi i cui risultati non siano immediatamente destinabili ad applicazioni pratiche.

In proposito voglio riportare per intero un passaggio del discorso tenuto da Guglielmo Marconi nel suo insediamento solenne alla Presidenza del CNR il 2 febbraio 1929.

“Il Consiglio Nazionale delle Ricerche deve preparare l’ambiente, ovvero il terreno favorevole nel quale il seme di nuove invenzioni possa germogliare e sviluppare. Ciò che importa molto a noi si è che una scoperta ed una ricerca iniziata in Italia maturi e sviluppi, per quanto possibile, in Italia; e che anche una invenzione ed una ricerca proficua fatta od iniziata all’estero possa svilupparsi ed applicarsi rapidamente in Italia. … Dobbiamo riconoscere che senza i mezzi che l’industria ha potuto in molti Paesi mettere a disposizione della Scienza e delle Ricerche, molte delle importanti scoperte e invenzioni, specialmente di quelle più recenti, non sarebbero forse state fatte o sarebbero forse state ritardate per più generazioni. Ma questo mio cenno alla collaborazione fra Scienziati, Ricercatori ed Industriali non deve allontanare il nostro pensiero dal vasto campo di molte utili ricerche, delle quali il risultato non è sempre destinato all’applicazione industriale. Il valore di uno scienziato o di un ricercatore non può essere commisurato col solo immediato rendimento dell’opera sua.”

Guglielmo Marconi

In questa ottica ho spesso richiamato un bellissimo intervento di Juan Carlos De Martin, dal titolo Perché l’Università deve salvare i saperi inutili apparso tempo fa su La Repubblica. Saperi che De Martin definisce inutili con chiaro intento provocatorio alludendo proprio a quelle “ricerche, delle quali il risultato non è sempre destinato all’applicazione industriale”.

Formare persone e non solo lavoratori, promuovere la conoscenza, servire la democrazia” sono secondo De Marin le sfide che deve raccogliere l’Università del futuro. Posizione illuminata. Per molti versi in controtendenza con le attuali pulsioni . Che spingono , gli interpreti più miopi e meno avveduti, verso spazi e obiettivi formativi una volta riservati fondamentalmente ai centri di formazione professionale. Volgere lo sguardo al saper fare senza porsi troppe domande. Perché? Come? Inutili perdite di tempo…

La posizione di De Martin è coraggiosa. E rischia di essere liquidata , dal pensiero oggi dominante, con un sorrisetto di commiserazione. “Nostalgie del passato che nell’età della rete non hanno più senso…”.

Dicevamo prima che il tempo scorre. In proposito pensiamo alla rivoluzione della rete. Essa ha inciso su tutte le attività umane. Sui comportamenti di singoli e di intere comunità. Sull’economia. Ed ovviamente anche sui modi di produrre e diffondere la conoscenza. Cioè sulla didattica e sulla ricerca, i pilastri dell’università humboldtiana. Immense quantità di informazioni si scambiano a velocità supersonica e con estrema facilità. Producendo una trasformazione globale della società, forse senza precedenti nella storia dell’umanità.

Lo stesso turbinio deve aver attraversato la società in seguito all’invenzione della stampa nel XV secolo. Il libro, un oggetto di lusso, nel giro di qualche decennio diventa accessibile alla media e alta borghesia del tempo. 

Di fronte a un grandissimo salto nella circolazione delle informazioni e della conoscenza nella società è inevitabile la trasformazione della società tutta. In primo luogo del modo di organizzare (e trasmettere) le conoscenze, e di che cosa si intende come conoscenza affidabile. 

Un discorso a parte su questo versante va riservato all’uso della didattica a distanza nelle sue varie forme. Sul quale però occorrerebbe un discorso a parte più articolato. Volevo però ricordare qui quanto accaduto negli ultimi tempi per rispondere all’emergenza della pandemia. È stata una straordinaria occasione per accrescere l’esperienza tra docenti e studenti nell’uso di moderne tecnologie e metodiche di insegnamento a distanza. Che certamente non potrà sostituire mai l’efficacia della didattica frontale. Dentro le aule fisiche si crea, ricordiamolo, l’embrione della ‘comunità’ scolastica. Non potrà surrogare l’empatia legata al contatto umano. Allo sguardo alunno-docente nel quale è sintetizzato l’aver compreso una formula, l’aver assimilato un concetto… Ma che deve diventare uno strumento da utilizzare, senza remore o pregiudizi, nelle forme opportune per rendere sempre più efficaci i processi didattici. E quello che conta oggi è che gli studenti (universitari e liceali) abbiano subito il minor danno possibile dallo stato di emergenza . E ciò grazie alla teledidattica. Da oggi in poi vorrei vedere chi avrà più il coraggio miope di decretarne l’inutilità! 

Su questo argomento però torneremo in altro momento più diffusamente. Nei momenti di grandi trasformazioni , insomma, si può generare confusione. E si può cedere alla tentazione di percorrere insane scorciatoie. Bollare una idea, una conoscenza , alcuni saperi come inutili può apparire un metodo efficace per accelerare i processi. Senza perdere tempo su pratiche improduttive. Magari sorridendo di chi impiega il suo tempo a riflettere su tematiche proprie della ricerca di base. Della ricerca fondamentale. Della ricerca curiosity driven. Che è l’unico vero seme della crescita nel futuro anche dei progressi della tecnologia. Ciò nell0illusione di accelerare lo sviluppo. Che ricordiamolo con Pasolini è altro dal progresso.

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