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Giusto aprire gli atenei tradizionali, ma investiamo sulla vera didattica a distanza

Una “lettera aperta al Chiarissimo professor Gaetano Manfredi, Ministro dell’Università e della ricerca scientifica” dal titolo L’Habeas Mentem, la Dad e il ruolo delle Università (al plurale) al tempo del Covid: è l’appello che un gruppo di 870 accademici firmatari ha indirizzato all’attenzione della massima istituzione competente in materia.

Ma, con riferimento al testo dello scorso DPCM del 4 marzo che aveva disposto l’iniziale chiusura degli atenei su tutto il territorio nazionale almeno fino al 18 marzo e poi protrattasi al tempo corrente, sebbene al momento con le dovute misure ci si possa incontrare in birreria e non per sostenere gli esami della sessione estiva, non sarebbe giunto il momento per investimenti concreti da parte del Ministero volti alla digitalizzazione e, laddove sia possibile, ad una reale didattica a distanza? Sarà il quesito ricorrente nelle prossime righe.

Didattica in presenza, a distanza o blended learning

Se per i primi due il concetto fisico di apprendimento possa ormai apparire consolidato, se in aula oppure da dove vuoi e quando vuoi, il blended learning – terminologia prestata dall’inglese – è invece l’organizzazione degli studenti dei quali metà seguono con modalità a distanza e metà in aula.

Considerazioni di tipo concettuale sulla didattica a distanza

Scrivono i firmatari della lettera indirizzata al ministro Manfredi: «L’idea che la presenza fisica degli studenti nelle università sia tranquillamente sostituibile con i corsi telematici, con la Dad, è sbagliata. Perché – paradossalmente –, al di là del manto tecnologico, è un’idea molto arretrata. Riflette una visione della didattica universitaria vecchia di oltre sessant’anni, ci riporta ad un modello di apprendimento incentrato sul ‘trasferimento di conoscenze’ per mezzo di lezioni cattedratiche, con scarso dialogo (per questo definite burocraticamente ‘frontali’), a cui si accompagna lo studio solitario, spesso consistente in una memorizzazione dei cosiddetti manuali, assunti dogmaticamente come fonte del sapere».

Bene, anzi giustissimo che gli atenei italiani riaprano: nell’ultimo millennio le accademie sono stati i centri del sapere. Tuttavia, il periodo correntemente vissuto di transizione e di svolta tecnologica dettata per necessità dall’eccezionalità della pandemia, dovrebbe far riflettere gli stessi firmatari e, in linea generale, tutti quelli protratti in uno slancio verso l’orizzonte che il modello di didattica descritto nel testo è sicuramente atavico ma non corrisponde all’operato della totalità dei driver della formazione, e più in generale della diffusione del sapere.

Giovedì 19 giugno intervenivano come ospiti della rassegna di incontri “Innovation Days” organizzati dal principale quotidiano economico italiano il rettore del Politecnico di Milano Ferruccio Resta ed il presidente dell’Università Telematica Pegaso Danilo Iervolino.

Perché queste due presenze all’interno di una kermesse alla quale hanno partecipato personalità “che hanno fatto – si legge nella presentazione dell’evento – la differenza e che attraverso la loro esperienza possono essere l’esempio da seguire per cogliere nuove opportunità di sviluppo”: dunque, in ordine il primo pochi giorni fa ha festeggiato la notizia che l’ateneo ha conquistato la 137esima posizione nel ranking mondiale e per il sesto anno la prima in Italia; al secondo – intervenuto nel frame “La forza dell’innovazione” – il merito di essere il presidente della prima università telematica d’Europa con 100mila iscritti ai propri corsi nell’ultimo anno e l’obiettivo  di esportare il proprio modello formativo all’estero.

Quando al primo, rappresentante dell’università tradizionale, è stato chiesto lo scorso 10 giugno un parere sul risultato appena raggiunto, ha parlato di un periodo di sfida nel quale l’offerta formativa è stata pienamente garantita con la didattica a distanza. E sul prossimo anno “Il Politecnico ripartirà in presenza, garantendo però la didattica online agli studenti che ancora non riescono a raggiungere l’ateneo”.

Durante gli Innovation Days, Iervolino ha invece posto un distinguo: “Formazione telematica, che non deve essere confusa con le videoconferenze delle scuole o delle università tradizionali. Queste sono modalità asincrone di interazione, nelle quali il modello di formazione in presenza è stato trasferito con l’apporto del sistema video”. 

Dunque, la DaD del modello Pegaso: “Tutt’altra cosa. Ovvero, avere una piattaforma con dei tools che garantiscono un coinvolgimento travolgente dello studente attraverso video on demand, esercitazioni, attività tutoriali, con tutte quelle implicazioni pedagogiche che permettono allo studente giovane e meno giovane di poter seguire le lezioni secondo la logica dove vuoi e quando vuoi”.

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