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DaD: soluzione di emergenza o progetto a lungo termine?

Secondo una ricerca condotta dall’Università di Torino, docenti e ricercatori universitari credono fortemente nei metodi di apprendimento a distanza e nella possibilità di integrarli in corsi in presenza più innovativi e tecnologici. La didattica a distanza (DAD) ha protetto le università e i programmi scolastici dalla violazione completa del diritto all’istruzione nel 2020.

La ricerca Universi-Dad, condotta dal Centro Luigi Bobbio dell’Università degli Studi di Torino, mostra infatti che i corsi svolti durante il “semestre Covid” sono risultati più accurati, chiari e di qualità superiore rispetto ai tradizionali incontri in presenza.

Se nel periodo di lockdown la didattica a distanza era una soluzione di “emergenza”, oggi invece può diventare un trampolino di lancio per attività di formazione più ampie e competenti, senza limitare il rapporto insegnante-studente.

In Italia, ancor prima che il dpcm del 4 marzo imponesse la chiusura dei posti di formazione, la DAD era in fase sperimentale in alcune università che hanno aderito al progetto EduOpen finanziato dal Ministero dell’Istruzione o relativo alla Federica Web Learning presso l’Università Federico II, oltre alle università telematiche.

Lo scopo di questi progetti e-learning, insieme a quelli all’estero come Open University in Inghilterra, era permettere ai lavoratori o componenti familiari di acquisire una formazione che non intralciasse le loro ore lavorative o gli impegni in famiglia.

Nel Regno Unito la didattica a distanza è di recente il mezzo per chi, già in possesso di un diploma di laurea, voglia aggiornare la propria professione e migliorare le proprie competenze. La digital disruption ha notevolmente incalzato la predisposizione e reso popolari le piattaforme online di formazione.

In Italia, un adeguato programma in DAD – reso ufficiale e standardizzato – sarebbe l’ideale per poter fare quel passo in più di qualità e poter usufruire appieno delle opportunità create dalla rivoluzione tecnologica. I Mooc (massive open online course) delle università italiane potrebbero cominciare a realizzare una copertura dei corsi che non richiedono la frequenza obbligatoria come i laboratori.

Questa modalità online potrebbe essere pensata sia in casi di emergenza sia nella normalità per facilitare gli studenti pendolari o lavoratori. Inoltre potrebbero avvalersi di una adeguata traduzione in lingue straniere per attirare studenti dell’estero.

Non si tratta dunque di penalizzare gli studi, bensì di valorizzare l’offerta formativa abbattendo tempi lunghi, disagi dovuti alle difficoltà di raggiungere le sedi e ottimizzare la comprensione del sapere con l’ausilio tecnologico.

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